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Il principino imperfetto

Da “Le Fiabe per sviluppare l’autostima “di  Benini e Malombra

Nel piccolo regno di Perfettopoli (per la verità, si chiamava così solo da un centinaio di anni, anticamente era il regno di Omeostasi, fin quando gli storici regnanti della famiglia Ponderati, per inestricabili, imperscrutabili e imponderabili motivi dinastici, cedettero il passo alla famiglia Perfetti) regnavano, con sicura destrezza e abile pragmatismo il re Cesare Perfetti e la moglie Teodolinda Perfetti.

I regnanti avevano quattro figli maschi Carlo, Ubaldo, Arcimboldo e…Luigino…, e già proprio così, Luigino, il più piccolo dei fratelli, ovviamente Luigi, ma Luigino per tutti.

Il re Cesare amava farsi cantare dalla moglie Teodolinda il celebre brano di Mina “Come te non c’è nessuno…”.

Già da questi vezzi si comprenderà quanto i regnanti fossero convinti della propria superiorità, della propria intelligenza, bellezza, abilità, fortuna, in una parola della propria perfezione, non solo , e sarebbe forse legittimo, a riguardo dei propri sudditi, ma nei confronti di ogni persona al mondo.

E siccome nel cognome “c’è tutto un destino”, come amava presentarsi re Cesare che aggiungeva poi che “anche nel nome c’è tutto un destino”(dimenticando però, per arroganza, il regicidio perpetrato ai danni di Cesare), i Perfetti non potevano che essere tali, disprezzando con aspri giudizi tutti i presunti difetti dei comuni mortali che essi incontravano.

E siccome il regno di Perfettopoli aveva un ruolo strategico nell’economia mondiale, essendo l’unico luogo al mondo produttore di cioccolato, ecco i potenti della Terra, obtorto collo, dovevano soggiacere alle palesi idiosincrasie di re Cesare e della moglie Teodolinda che, nei ricevimenti e nei pranzi di gala, dopo rapidi convenevoli, passavano subito a descrivere le mirabolanti capacità politiche, diplomatiche, culinarie, filantropiche, sportive, militari e così via di loro stessi e dei loro figli; la bellezza, la forza, l’astuzia, l’intelligenza, il fascino, la capacità di gestione in ogni campo, economico, politico, strategico, di relazione ecc. ecc. dei Perfetti erano gli unici argomenti che ascoltavano per ore e ore  sia i poveri capi di Stato o diplomatici stranieri ospiti o ospitanti, così come i rassegnati sudditi nei magniloquenti comizi dei regnanti.

E i figli? Carlo, dall’etimo del nome che significa “forte”, era un dio guerriero. Era il primo figlio, futuro erede e regnante, bello come Apollo e forte come Marte, tracotante e sprezzante sia del pericolo che delle persone, era la luce degli occhi di mamma e papà. Carlo, vincente per antonomasia, non aveva mai un attimo di tentennamento, mai un dubbio, mai un baleno di compassione, né per sé né per nessuno. Egli si imponeva in ogni sport, negli studi, con le ragazze, era spietato e crudele tanto quanto la sua “perfezione” richiedeva.

Ubaldo e Arcimboldo, con la baldanza nel nome, erano da meno di Carlo, ma solo per età: anch’essi di corporatura atletica, belli e intelligenti, primeggiavano a scuola come in palestra perseguendo il modello del fratello Carlo e aderendo alle aspettative di mamma e papà.

E Luigino? Luigino merita un discorso a parte. Egli era, a differenza dei fratelli, nati a termine con semplice parto naturale, nato prematuro da taglio cesareo e con indicibili sofferenze e rischi per la madre. Soprattutto però egli era nato “per caso”. I suoi tre fratelli, infatti, erano stati voluti e desiderati dai genitori, programmati nei tempi e nei modi.

La regina Teodolinda, ormai non più giovane, pensava con Arcimboldo di aver ormai terminato la sua opera di fattrice regale. E invece…”per caso”… era stato concepito il quarto figlio che pensando al RE Sole, era stato chiamato Luigi, ma che, da sempre, perché era il più piccolo, perché era nato indesiderato, prematuro e portatore di dolore, perché era gracile, insicuro e quasi femmineo, veniva chiamato Luigino.

Si venne strutturando una sorta di “previsione che si auto avvera” nella famiglia regale: i genitori e i fratelli di Luigino, anziché potenziare la sua autostima, aiutandolo a superare gli obiettivi e i suoi limiti, limiti peraltro riconducibili alla più assoluta normalità, cominciarono a commiserarlo, non chiedendogli nulla, non pretendendo da lui il massimo che poteva dare ritenendolo di fatto un diverso rispetto a loro, esseri Perfetti, ritenendolo un imperfetto, condensando tutto ciò nel nome di Luigino, di fatto comunicante l’essere minus, piccolo, fragile.

E così tutta la bellezza, la forza, la baldanza, la tracotanza dei fratelli divennero il tormento quotidiano di Luigino, le loro costanti vittorie e fortune segnavano sconfitte soprattutto interiori.

I genitori non citavano mai Luigi nei loro enfatici deliri pubblici di onnipotenza era come se avessero solo tre figli, come se Luigi non fosse un “Perfetti”, non appartenesse alla stessa stirpe regale.

Certamente lui godeva di tutti i privilegi di corte, gli stessi dei suoi fratelli, era servito e riverito esattamente come loro, ma le aspettative della sua famiglia e dei suoi sudditi erano ben diverse: Luigi era guardato sempre con una punta di commiserazione, era riconosciuto come principe, ma solo formalmente.

I suoi genitori avevano addirittura rinunciato ad attribuirgli una dote, una capacità, un carisma: egli non primeggiava nè a scuola, né nello sport, né nelle arti marziali, né nelle dispute di ogni genere. Egli era il predestinato, Luigino tutta la vita.

E la sua autostima, la percezione che Luigi aveva di sé erano ovviamente la diretta conseguenza di questo alone minoritario.

I fratelli gli volevano bene, ma non potevano prescindere dal porsi verso di lui in un atteggiamento di salvaguardia, di tutela di un povero uccellino che volava a stento.

E già, un uccellino … fu proprio un uccellino che divenne la chiave di volta della storia di Luigino.

Nelle sue lunghe giornate di studio folle e scellerato, di solitudine e macerazione, Luigini aveva stretto amicizia con un dolce passerotto che lo veniva a trovare sul davanzale della sua stanza.

L’uccellino aveva il dono della parola e così i due insoliti amici facevano lunghe passeggiate verbali nei misteriosi meandri del mondo, si cimentavano in deliziosi duetti sulle incognite inesplicate della vita, ma soprattutto discutevano di poesia e in poesia.

Emergeva, giorno dopo giorno, la poesia della vita, prendeva forma la bellezza dell’Amore per le cose vere, imperfette nella loro perfezione soggettiva.

E Luigino si apriva nel cuore e nella mente, era  come se il passerotto gli avesse stimolato il meglio di sé, che prendeva corpo nell’assoluto poetico, in quella forma di comunicazione che non necessita di commento, tale e tanta è la sua magia, tale e tanta è la perfezione che la pervade.

E L’uccellino colse “al volo” questa innata capacità di Luigi (così lo chiamava!), la stimolò, la potenziò, e consentì a Luigi di esprimerla, di esprimersi con soavi componimenti poetici, con un fiume di sublimi poesie che emergevano dalla sua quotidiana sofferenza e che anelavano a un equilibrio interiore da riverberare su tutte le creature del mondo.

A questo punto dobbiamo fare un passo indietro e spostarci dal regno di Perfettopoli al lontano regno di Umbratile.

Questo regno era dell’antica dinastia degli Ombrosi e attualmente il re era Fosco Ombrosi che regnava su Umbratile con la moglie Nerina. I due monarchi avevano un’unica figlia, Ombretta, che, a differenza dei genitori, non era né scorbutica, né irascibile, né intrattabile, ma che, come i genitori era triste e ombrosa. Ma era anche molto buona, incapace di iracondia e sofferente per i modi incivili e violenti con cui i genitori trattavano ogni suddito.

I rapporti tra Perfettopoli e Umbratile erano tesi da tempo. Vi erano state scaramucce militari, ma anche vere e proprie guerre sanguinose, senza che l’un regno avesse potuto prevalere sull’altro.

Attualmente i Perfetti e gli Ombrosi si sopportavano a malapena, dovendosi sopportare per forza, avendo il primo regno il monopolio della produzione del cioccolato e il secondo il monopolio della produzione del pane. Avendo quindi, economicamente questa interdipendenza, i due casati regnanti facevano di necessità virtù.

Orbene, da tempo, la principessa Ombretta era caduta malata, di una terribile malattia dell’anima che i più illustri dottori di Umbratile e stranieri avevano definito “depressione”.

Noi sappiamo che l’origine era legata al fatto che Ombretta non si riconosceva nei valori di ombrosa tirannia della sua corte, nei modi freddi e bruschi dei suoi genitori, nei silenzi incomprensibili quando lei aveva più bisogno.

Ma né i genitori, né gli illustri dottori seppero ricondurre a ciò lo stato di Ombretta e, quel che è peggio, seppero trovare una cura per lei.

L’uccellino, nei suoi lunghi voli solitari e pensosi, spesso si era posato sul davanzale di Ombretta e aveva con lei improntato un rapporto di ascolto.

La ragazza gli comunicava le sue pene, ma a differenza di Luigi, non riusciva a crescere intimamente, provava sollievo nei dialoghi con il passerotto, ma poi ripiombava nella propria depressione.

Ma l’uccellino, a differenza degli Ombrosi e dei dottori, non si dava per vinto: doveva trovare qualcosa, non sapeva che cosa, che riuscisse a far sorridere Ombretta, a farla risalire la china, a riportarla a vivere.

Ed ebbe una grande intuizione: la poesia, le poesie stupende e ricchissime di Luigi!

L’uccellino pregò Luigi di scrivere per lui molte poesie, di togliere gli argini al suo animo profondamente magico e Luigi non si fece pregare. Diede fondo alle sue grandi potenzialità e produsse quanto di meglio potesse esprimere.

L’uccellino ringraziò, prese tutto nel suo becco e volò senza sosta sino al davanzale della camera di Ombretta, nella torre più alta del regno di Umbratile.

Pur essendo senza fiato, cominciò a leggere, a recitare, a declamarle liriche di Luigi.

E più leggeva e più Ombretta diventava radiosa, e più declamava e più Ombretta esprimeva gioia e più fluidamente la poesia scorreva e più la stanza irraggiava tepore e scaldava il cuore della ragazza.

E da quel giorno, ogni giorno, l’uccellino portava poesie di Luigi a Ombretta, ma anche lettere di Ombretta a Luigi, prima di amicizia e di ringraziamento, poi d’affetto e infine d’amore.

E amore fu: i due giovani vollero conoscersi e ardentemente amarsi e unirsi in matrimonio.

Carlo, Ubaldo e Arcimboldo, sempre più belli e sempre più forti, furono sempre più soli, mentre Luigi divenne re con la sua sposa Ombretta per garantire la successione al regno.

I due giovani sovrani unirono così, oltre a se stessi, anche i regni di Perfettopoli e Umbratile in un solo felice e prosperoso regno che chiamarono Pane e Cioccolata.