• White Facebook Icon

Tel 347 1894893

© 2018 by Eliana Pagliardi

P.I. 11436631003

Grafologa

Educatrice del gesto grafico

Counselor

Il gattino strabico

Da “Le Fiabe per sviluppare l’autostima “di  Benini e Malombra

 

Nel migliore dei mondi, si sa, l’armonia e la sinfonia delle creature assordano di bellezza con il loro silenzio, i colori e la luce delle cose, abbacinano con il loro emergere dal tutto indistinto del caos.

Nel migliore dei mondi, si sa, i topi fanno i topi, gli uomini fanno gli uomini,i gatti fanno i gatti e così via.

Nel migliore dei mondi il pensiero circolare femminile crea una sinergia cristallina con il pensiero lineare maschile e ogni anfratto, ogni dove si riempiono di magia e di quella giusta abitudine all’appagamento al quotidiano che fanno apparire la vita una cara e dolce avventura da godere a piene mani e da affrontare come un dono verso il quale esprimere gratitudine.

In poche parole, nel migliore dei mondi, ognuno ha una visione chiara e adamantina di ciò che lo circonda.

Ma il gattino Remigio non viveva nel migliore dei mondi, viveva in un mondo strano, apparentemente razionale, ma in realtà rovesciato, ove l’effetto che segue una causa spesso la precede, ove la colpa per un’azione malevola si chiama trasgressione, ove la vittima di un sopruso deve dimostrare di averlo subito, ove il tracotante gatto Caligola può permettersi  ogni sorta di angheria a chicchessia, tanto è sempre compreso perché  lui è un gatto di strada, lui, e la strada, si sa, è colpevole, tanto colpevole che può essere punita riempiendola d’immondizia e lasciando prosperare su essa buche e erbacce.

Nel mondo del gattino Remigio , comunque, ognuno vive affermando la propria individualità:certo bisogna sgomitare , non avere scrupolo alcuno, non curarsi del prossimo né delle altrui sofferenze, ma vuoi mettere i vantaggi!

Abbondanza di cibo di ogni tipo, cappottini per gatti di ogni colore, ogni settimana dal coiffeur e manicure, pedicure, lucidatura del pelo, shampoo profumato, cuscini di broccato ove sognare leccornie prelibate;altro che caccia ai topi, questa è roba da terzo mondo!

E poi i guinzagli: leopardati, di Dolce e Capanna, addirittura in fibra dorata!

La famiglia di Remigio, papà, mamma, due sorelle e due fratelli, tutti maggiori di lui, era davvero una famiglia modello:ognuno ben collocato nella società dei gatti, con il suo ruolo accreditato socialmente, con la propria funzione apportatrice di benessere e di voluttà, con il proprio tornaconto sempre ben presente, ciascun membro della famiglia, con una vita parallela a quella degli altri membri che, per carità, mai avrebbe intersecato quella , appunto degli altri, ciascuno molto rispettoso delle faccende altrui e e geloso delle faccende proprie, ognuno a pranzo e a cena in orari rigorosamente diversi e con diete diverse, ognuno con il proprio telefono cellulare sempre in ricezione di sms che nessuno degli altri membri della famiglia avrebbe mai pensato, neppure lontanamente, di leggere, ciascuno consapevole dell’unione familiare e della percezione che la famiglia proiettava all’esterno:loro sì che ce l’avevano fatta!

Soprattutto loro, gli Avulsi, questo era il cognome di Remigio, ci vedevano bene.

Avevano una vista così acuta, così gestionalmente presente in ogni istante, così multifocale, così focalizzante e pertinente da fare proprio invidia.

Tutto veniva dagli Avulsi visto per il verso giusto, dal lato giusto, dalla giusta prospettiva, con le giuste modalità emotive, con una visione perfettamente calcolata, sempre proiettiva, mai speculare.

E ciò, questa vista perfetta, che non dava mai adito a visioni dubbie e men che meno opinabili, era la loro carta vincente nella città di Gattopoli e nel mondo che, come si è già detto, non era il migliore dei mondi, ma che agli Avulsi non sarebbe potuto andare più a genio.

Queta acutezza visiva divenne però, paradossalmente, una croce quando Remigio, un poco cresciuto, cominciò a mettere a fuoco la realtà. Come si sa i gattini nascono ciechi e poi, pian piano, crescendo, cominciano ad aprire gli occhi, proiettandosi nella vita con i loro occhietti curiosi.

Ma in Remigio, figlio degli acutissimi Avulsi, c’era qualcosa che non andava: era strabico!

Se da piccolino il vedere le cose diverse da mamma e papà poteva essere  riconducibile agli occhietti  ancora un po’ velati da una sottile e ambrata membrana, man mano che Remigio cresceva questo fatto non era più giustificabile:sicuramente era strabico, difettoso, i suoi occhi sicuramente avevano bisogno di cura.

E già, perchè tutto ciò che i genitori e i fratelli vedevano chiaro e lineare, a Remigio appariva sfuocato, confuso e anche un po’storto, fuori fuoco, fuori prospettiva, poco delineato.

E più cresceva e più il difetto si acuiva, più diveniva grande e consapevole e più i suoi occhi apparivano inadeguati.

Facciamo qualche esempio:lui vedeva il fratello maggiore graffiare e rovinare la bicicletta ferma sotto casa e la mamma che, con lui guardava fuori dalla finestra, esclamava:” Guarda Tommaso,  tuo fratello, che bravo, ha alzato da terra la bici del vicino che era caduta!”.

Se lui vedeva la sorella Attilia piena di polvere bianca sul naso, l’altra sorella Crimilde, a fianco a lui, affermava:”Povera Attilia che forte raffreddore si è presa!”.  E così via.

Lui vedeva i genitori a malapena parlarsi senza  neppure guardarsi e se provava a dirlo a loro, i suoi quasi lo redarguivano:”Ma che cosa vedi con quegli occhi strabici, siamo stanchi, dobbiamo lavorare, fare gli straordinari  serali , tutto funziona benissimo, domani andiamo a comrare il tuo profumo preferito, quello di Vavelocino”.

Lo strabismo di <Remigio divenne un problema con i suoi compagni di giochi e poi a scuola.A scuola Remigio vedeva tutto storto, proprio non riusciva a vedere nella giusta maniera, tanto che gli insegnanti, più volte, dovettero intervenire con forza.

E la cosa strana, scientificamente inspiegabile era che, dei mille e forse più occhiali che gli Avulsi comprarono a Remigio non ve n’era uno che riuscisse a correggere nella giusta maniera lo strabismo del gattino. Occhiali firmati, ovviamente, da Fior, da Pucci, dai soliti Dolce e Capanna, al titanio, a centratura guidata, ma niente! Remigio continuava a vedere il mondo storto, sbieco, sfuocato e confuso.

Quanti oculisti consultarono gli Avulsi, quante gocce afferirono agli occhi di Remigio, quanta motilità guidata fu imposta al gattino! Ma nulla cambiava nella sua visione.

Scorati, amareggiati, ma per nulla sfiorati da perniciosi dubbi sulla bontà della loro acutezza visiva, gli Avulsi accettarono di buon grado la decisione di Remigio di andare a vivere da solo.Egli si stabilì nel lontano paese di Lenticchia,”quattro casette e una chiesetta”, come amava definire il papà  di Remigio detto paese.

E per i gli Avulsi fu una vera liberazione:non più la vergogna di un figlio strabico, non più problemi con insegnanti e amici r, diciamola tutta, non più inutili spese per inutili occhiali. Ma avvenne un fatto straordinario anche per Remigio. A Lenticchia viveva il vecchio gatto Gnosone, “un pazzo eremita” agli occhi dei coniugi Avulsi, nonché degli abitanti di Gattopoli. Gnosone prese subito in simpatia Remigio lo strabicoe stabilì con lui un sodalizio di amicizia e affetto. Questo sodalizio si esprimeva soprattutto in lunghe passeggiate nelle quali Gnosone, molto più avanti negli anni di Remigio, invitava il giovane amico a guardare il fiorire della natura e del mondo, il suo appassire, il suo spegnersi per poi rinascere in una multiforme poliedrica realtà sempre diversa nel suo costante ripetersi.

E Remigio, per la prima volta in vita sua, pensò di non essere strabico:ci vedeva bene, vedeva chiaramente i giusti colori, le vere tonalità affettive, l’aprirsi alla vita di  giovani vite e il loro danzare nell’armonia e nella molteplicità.  

E vedeva come Gnosone, nello stesso identico modo metteva a fuoco gatti, topi, fiori, alberi, case comportamenti, valori, affetti, sistemi, ipocrisie, rinunce, vitalità, slanci e Gnosone con lui parlava e, discuteva, a volte animatamente, ma sempre su una visione nella quale il bianco era bianco , il dritto era dritto, lo storto era storto.

Quante giornate, quante nottate passarono insieme guardando il cielo e la terra, gli astri e i gatti. Gnosone metteva a disposizione tutta la sua propensione all’ascolto e tutta la sua esperienza di vita e Remigio offriva tutta la sua giovanile acutezza visiva.